Il Cardinale e la prostituta

E non se ne rendeva ancora conto... Era successo tutto

in un momento, come una delle sue solite azioni quotidiane,

con estrema serenità, padronanza e consapevolezza di

sé. Aveva preso poi in un attimo la decisione di anda re da

una ragazza di strada, e l’aveva attuata. Cinquantamila

lire. Per illudersi di possedere per un breve momento il

corpo e l’anima di quella ragazza: 25 anni, di ori gine

greca, da due mesi in Italia e avviata da un’a mica a fare il

‘mestiere’.

Lui, in quella relazione, si era reso conto di essere

molto goffo ed impacciato, non a causa dell’impe dimento

della sua vita di ecclesiastico, ma per non essere mai stato

capace fino ad allora di amare veramente e con sincerità.

Un rapporto che era apparso per lui essere come il

macabro responso di una biopsia della sua anima, del suo

cuore e della sua mente: tu vuoi un amore solo egoista,

fatto sulla tua misura, vuoi solo il piacere per te, che ti faccia

sentire più grande di quello che sei. Ma ora, quello che

sei te lo ha detto proprio l’in contro faticoso e confuso con

quella ragazza. E mentre appare il tuo essere che va verso

la morte e il nulla, lei a sua insaputa e inconsapevolmente

ti si è rivelata il segno del tuo Dio, che a suo favore registra

la vita, e a tuo sfavore fa apparire la morte.

Eminenza, dove sono i suoi cardini?

Il pescatore pescato

Mentre la Chiesa
sulle acque vi galleggia,
Gesù
sulle acque vi cammina.

È lui, Pietro...

Lui, che vedendo Gesù avanzare camminando sul -

l’acqua, dopo i primi timori, sembra ergersi a difendere i

suoi compagni di barca, e a nome di tutti dice: “Se sei tu,

Signore, comanda che io venga sulle acque!”.

Sembra dire ai compagni: non preoccupatevi, ci penso

io, rimanete calmi; sembra dire a Gesù: fa’ vedere che sei

proprio tu! Pietro emerge dalla barca attraverso il suo

impulso di generosità, di istintività, del mettersi di fronte

a tutti quanti come il rappresentante degli altri; nello stesso

tempo, le sue parole sembrano nascon dere anche il

desiderio di poter accertarsi che quel lui sia Gesù.

“Se sei Tu... Sei Tu, Signore?”. La sua ricerca di Gesù

diventa il poter condividere quell’esperienza eccitante:

camminare sul mare! Il suo desiderio, accanto a quello

della rivelazione dell’identità di Gesù, è anche di poter

vivere quella esperienza che Pietro ritiene favolosa e

appetibile: riuscire a camminare sull’acqua; Signore,

fammi fare quello che stai facendo - sembra voler dire. E

Gesù lo accontenta, a quanto pare: “Vieni!”.

Così, gli dice: “Sì, sono io, e tu puoi fare questa esperienza,

vieni e vedrai”.

Ma l’invito di Gesù è radicale, non è il semplice: vieni

a vedere che sono Io, vieni e prova come è bello... Gesù

chiede l’eroismo della fede, della tota le rinuncia e del

seguire Lui: rischiare, non restare al sicuro nella barca

quando attorno ci sono le onde furiose; addirittura lasciarsi

camminare tra di esse con più niente sotto i piedi di stabile,

solo con la fede, cioè col sostegno della presenza di

Lui. E Pietro, oltre che generoso, è anche eroe, amante del

rischio, capace di sfidare il vento contrario: per sé, per gli

altri, per vedere Gesù. Scende dalla barca...

Lasciare la barca, l’unica sicurezza rimasta... La barca:

l’immagine di quella Chiesa che, chia mata a navigare tra i

flutti, si è strettamente anco rata e si lascia sballottare dal

vento contrario, ma non si muove più, per non rischiare...

Questa Chiesa di oggi, dove mancano quelle teste matte

ma generose come Pietro; dove tutti preferiscono attendere,

stretti e con la barca ferma, che tutto si vada risolvendo...

Questa Chiesa dei sistemi e delle belle organizzazioni,

dove l’importante non è più sentire Gesù che dal largo

dice: “Vieni!”, ma l’uni ca cosa della quale preoccuparsi è

il dover rimane re a galla tra le forze contrarie; dove il salvarsi

non è più la fede, ma la sicurezza delle ancore

umane. Pietro, dove vai?

Non vedi che è un fantasma? È la paura a dominare,

non più la fede. Anche la fede di Pietro vacillerà su queste

paure, sulla paura del vento contrario, sempre più forte;

ma il suo rischiare permette a se stesso e agli altri di poter

riconoscere Gesù; anche la fede di Pietro non è la perfezione,

e quando vede se stesso che cammina sull’acqua

guarda ai suoi piedi e non più a Gesù, e allora affonda...

Ma proprio mentre affonda, la sua fede emerge.

Una fede, la sua, profonda proprio perché affonda; proprio

perché lì, in quel momento, egli riscopre dalla bassezza

della sua poca fede il bisogno di Gesù: “Signore, salvami!”.

Ed eccolo, il pescatore... pescato dalla grazia; il

pescatore di uomini pescato da Dio, colui che pescando gli

altri, prima di tutto è lui il pescato. Nella paura, negli altri,

c’è la lontananza di Gesù; nella sua paura, proprio perché

ha rischiato, c’è l’avvicinarsi di Dio: Gesù stese la mano,

subito... Lo afferrò: afferrato dall’amore, dalla presenza

della grazia, che mai si fa attendere là dove la nostra fede

viene meno. E Gesù che gli dice: “Uomo di poca fede, perché

hai dubitato?”: perché non hai proseguito, come avre -

sti potuto? Perché ti sei fermato, che avevi le capa cità per

continuare? Perché questa poca fede, mentre l’avresti

potuta accrescere nel tuo cammino... sull’acqua? Ed ecco

allora sentire tra queste parole non solo il rimprovero per

la sua poca fede, ma soprattutto il richiamo a una fede più

viva, il dispiacimento di Gesù ma anche il suo mostrare

che il cammino poteva essere completato. Che figura...!

Pietro, che sta annegando!

Lui, quello che doveva essere l’eroe, il rappresen tante,

il richiamo! Che figura... Chissà com’è restato male!

Ma proprio attraverso questa esperienza, quelli della

barca, che stavano a vedere, potranno dire a Gesù: ‘Tu sei

veramente il Figlio di Dio!”. Pietro, con la sua esperienza

nella quale material mente ha fallito, sembra non aver concluso

nulla; invece, da essa gli altri ricevono una forte

testimo nianza: quella del doversi fidare di Dio. Se la fede

di Pietro è poca, quella dei suoi amici che se ne stavano

nella barca, è minima, ancor di meno della sua; e a tutti,

questa esperienza sembra dire: aumentate la vostra fede!

Com’è difficile oggi rivedere l’esperienza in noi di un

Dio che cammina sull’acqua, che ci viene incontro dalle

vie impossibili ed illogiche, fuori dagli schemi, e ci dice:

“Vieni... Per queste vie!”. Siamo ormai abituati ai percorsi

di Dio, ad un Dio che diciamo e consideriamo tanto più

concreto e vero quanto più Egli cammina, proprio come

noi, con i piedi per terra... Altro che Gesù sulle acque! E

la barca?

Un tempo, allora, era proprio la barchetta coi remi; ora,

con il progresso, ci siamo adattati anche noi, per essere al

passo coi tempi, e ci siamo allestiti di uno yacht, di un bel

panfilo, che sa resistere a tutti i flutti e ad ogni violenza

dei venti: ci siamo adat tati, conviviamo con le bufere,

sicuri, sul nostro modernissimo barcone.

Non ci fanno più paura gli sconosciuti... Perché, anzitutto,

non li vediamo più: sulla barca c’è sem pre attività...

Non c’è più tempo per guardare al mare; e se qualcuno per

caso vedesse anche uno di quei “fantasmi”, non ci impauriremmo

certo più di tanto... Chiameremmo la capitaneria

di porto, per togliercelo di torno.

E così, sulla barca di oggi, siamo tutti lì a divertir ci; ci

siamo dimenticati d’essere pescatori, ci siamo messi in

vacanza, abbiamo trasformato la barca dei navigatori e dei

pescatori in una roulotte del mare, campeggiata sulle

acque, dove è meglio mangiarlo, il pesce, piuttosto che

pescarlo. E così, dimenticandoci delle fatiche dei pescatori,

ci siamo dimenticati, a poco a poco, anche delle loro

passioni e della loro vita... E delle nostre passioni e della

nostra vita, di quella vita del rischio del mare, e della fede

in uno che ci raggiunge dall’acqua... Cullati dalle acque,

non ce la sentiamo più di dominarle.

Sono esse a dominarci.

Gente di poca fede, perché... avete scelto di lasciarvi

dominare dal mare? Potremmo già sentirla, la risposta:

non vedi che il mare ora è calmo, non ci sono più i flutti?

E perché mai navigare, e per dove? Ancoriamoci qua e

godiamocelo, questo mare... Viviamola questa vita!

Se il mare si farà mosso?

Niente paura, basterà chiudere tutti i portelli e le porte,

e organizzarci...

Gesù sulle acque non ha senso... Se vuole, può sali re

sulla nostra barca, basta che non ci dia troppo fastidio.

L’abbiamo atteso per un po’... Ma non è venuto; allo ra,

abbiamo messo qualche sua foto, qua e là; ogni tanto

richiamiamo i suoi fatti, celebriamo i nostri momenti religiosi...

E così, è come se Lui ci fosse.

Gesù intanto cammina sul mare e dice: “Vieni”. C’è

bisogno che, come Pietro, qualcuno risponda, non solo per

sé, ma anche a nome degli altri, di chi resta sulla barca e

non se la sente ancora, per un motivo o per un altro, di

camminare sulle acque. Lui, Pietro, sarà il richiamo anche

per loro; lui, nonostante, anzi, attraverso la sua debolezza,

farà emergere la possibilità di ognuno a seguire quel “Lui”

riconosciuto come Gesù. C’è bisogno che Pietro testimoni

ancora che quella “poca” fede non deve ridursi allo spegnimento

di essa, ma che essa è proprio come il granellino

di senape che, alimentato dalle parole di Gesù, cresce e

diventa una fede più grande. E se il Pietro di un tempo era

una figura eroica e generosa, non certo lo sarà di meno chi,

oggi, non sceglie di abbandonare soltanto la barchetta

agita ta dalle onde, ma proprio quella comoda imbarca -

zione, sicura, piacevole e appagante, per scegliere un mare

ancor più violento e furente... Scegliere come Pietro, oggi,

è scegliere più di Pietro.

La tentazione di starcene lì sulla barca è molto, troppo

forte. E così, appare sempre più lampante la lacerazione

tra Gesù che cammina sulle acque e la barca, che su esse

galleggia sicura. E potrebbe per chissà quanto andare

avanti, sempre così... L’acqua, pur forte, non entrerà mai

all’interno di questa moderna barca, attrezzata in modo

che neppure una goccia del mare la invada... Ma il vento,

il vento contrario, quello no, non è possibile evitarlo; per

respirare e vivere, occorre che l’aria penetri, entri in questa

barca... E il vento contrario, a poco a poco, intacca

l’ossigeno e inqui na la vita dei sereni galleggiatori; già,

l’aria di monotonia, di nausea e di morte entra, sempre più

intensamente, per essere respirata come l’aria della fine. E

oggi, da tante cose, ce ne stiamo accorgen do: tutto diventa

più triste, meno vivibile, più pro blematico. Il vento contrario...

che stava per far affogare anche Pietro.

La paura del vento contrario arriva non più ora da fuori,

ma da dentro, dal nostro stesso respiro; e così, ci scopriamo

proprio ora gli illusi del piacevo le mondo ancorato sul

mare. Proprio adesso riscopriamo Pietro; lui, che affrontò

quel vento contrario, anche per noi, partendo dal suo stesso

respiro: il vento favorevole più vicino a lui... a noi,

anche. Fu proprio quel poco vento, quella poca fede, con

la quale gridò: “Signore, salvami!” che gli fece incontrare

Lui, la salvezza.

Ora, anche per noi: il vento contrario, che ci sta rovinando,

contro il vento favorevole, che salva: il nostro stesso

respiro; ora, anche per noi, la possibi lità di poter respirare,

a pieni polmoni, la grazia... Basta solo chiamare:

“Signore, salvami!”. Cos’è che ci fa ancora esitare? La

nostra barca, forse: lasciarla è troppo rischioso; rischiare

di vivere partendo dal poco conviene, quando puoi morire

contento godendoti quel poco che la vita ci dà? “Uomo di

poca fede...”. Poca è la fede... Già, ma perché darsi da fare

per accrescerla? Non ci basta questa?

Perché lasciarla, rischiando di perderla, perché camminare

sull’acqua, quando abbiamo sicuri i piedi per terra?

Per averne una maggiore? E chi ce la garantisce? ...

“Vieni”... Sembra proprio di risentire quel profondo

richiamo che percorre la radicale esperienza del Vangelo:

“Vieni e seguimi”.

Fidarsi di Lui oggi, quando ci siamo ben abituati a

fidarci di noi, diventa sempre più esigente e troppo radicale,

dal nostro punto di vista. Pietro, attraverso la barca,

arriva a Gesù; noi pre feriamo, attraverso Gesù, arrivare

alla barca. Per Pietro, il punto di arrivo è Gesù... Per noi,

la barca; è così, ci siamo arenati, illudendoci di esser ci

ancorati.

E mentre noi, considerandoci arrivati, sulla barca cerchiamo

sempre meno, Pietro scopre con sorpre sa che quel

punto di arrivo che è Gesù non è altro che il punto di partenza;

per lui, dalla poca fede attribuitagli da Gesù si può

andare avanti; per noi, dalla poca fede che ci sentiamo

addebitare da Gesù, si resta fermi.

A Pietro, ora desideroso di camminare con Gesù, quella

poca fede non basta più: essa deve cresce re... Per noi,

che non cerchiamo altra fede e altri modi di camminare se

non quelli umani, questa poca fede basta... e avanza.

Rileggendo quelle righe del Vangelo che descrivono

l’avvenimento, mi immagino di accostare questo fatto

all’esperienza educante dell’amore di una mamma nei

confronti del suo bambino: l’invito di una mamma a far

entrare il bimbo nell’esperienza del mondo della crescita,

che comporta la caduta, ma che trova sempre presente la

madre che con la mano recupera là dove si sbaglia e ti

dice: “Sta’ attento, perché non mi ascolti? Perché non ti

fidi di me?”. E queste parole della mamma dette al figlio,

sono proprio le parole che Gesù rivolge a Pietro, e che Dio

oggi rivolge a me; esse suonano di rimpro vero, ma sono

soprattutto lo stimolo a crescere, a non sbagliare ancora

così, a mettersi in cammino... ...Sull’acqua...

Questo Dio che ci raggiunge attraverso le sue, che non

sempre sono le nostre vie; che spesso e volen tieri sceglie

le righe storte per scrivere, i nostri affondamenti per salvare,

le nostre illogicità per parlare.

Quest’acqua, simbolo del nostro Battesimo, nella

quale, come Pietro, lasciarsi morire con Gesù di fronte,

per ritrovarci, da battezzati, a rivivere l'esperienza con Lui

in modo ancora più pieno, da risorti. Sentire la mano di

Dio che ci toglie dall’ac qua soffocatrice e ci fa camminare,

dominatori, nel mare dell’umanità... ...Signore, salvaci...

Liberaci dal male... e dal mare.

I dubbi di Pietro e degli amici hanno loro permes so di

avere l’occasione di poter ritrovare lo stimolo ad una fede

più viva, attraverso le parole dette loro da Gesù: “Uomo di

poca fede, perché hai dubita to?”.

E così, hanno accresciuto la loro fede. Noi, con le

nostre sicurezze, con la nostra poca fede della quale ci

inorgogliamo, incapaci di poter ritro vare lo stimolo ad una

fede più viva, potremmo solo sentirci dire da Lui: “Uomo

di poca fede, per ché non hai dubitato?”.

Il tempo opportuno

Temo il Signore che passa...
Al suo passaggio, se sono distratto,
lo lascerei andare e
avrei perso l’occasione per incontrarlo.

“Carpe diem!”: cogli l’occasione, l’attimo! Così un

pensatore antico invita ad assaporare la vita, non lasciandoci

sfuggire le realtà che essa pre senta, sfruttando le

occasioni e non lasciandone perdere nessuna. E, oggi,

dobbiamo dire che l’invito è stato accolto fino in fondo: il

mondo d’oggi è intento a cogliere l’attimo e sfruttarlo, a

non lasciarsi sfuggire l’occa sione, la situazione, a sfruttarla

fino in fondo. Questo invito però cela dietro di sé il

timore e la paura di ciò che la vita presenta di sfavorevole

e di non sempre positivo: cogli l’occasione adesso, per ché

più tardi forse non ce ne sono più; cogli questa che è occasione,

perché poi ci potrebbe essere l’im possibilità a sfruttarla;

cogli l’occasione che hai, e che più tardi potrebbe

non esserci più... Sfrutta la vita, intanto che c’è... Perché

poi finisce. E così, dietro questo invito a godere, c’è la tristezza

di ciò che rimane incomprensibile, inatteso, nega -

tivo... Che bisogna intanto dimenticare; anche se un giorno

verrà. Intanto, goditi la vita, sfruttala: carpe diem! E

così, mentre questo è un invito alla vita, è anche l’attestazione

che la vita non la puoi pienamente vivere. Il piacere

si avvicina sempre più alle paure; intan to, dimenticati di

questo divario, sembra dirti il mondo, gettandoti sul piacere.

E la conseguenza è che, quanto più aumenta il pia cere,

tanto più si ingigantisce la paura. Paura di che?

Di non essere nel momento opportuno, di non avere più

opportunità. Del fatto che, mentre godia mo l’occasione,

essa finisce o ci venga portata via. Piacere e paure si uniscono

nell’abbraccio della vita; mentre però uno crea sensazioni

gradevoli, le altre stringono sempre più in una

morsa mortale l’esperienza dell’uomo. E il trauma dell’umanità

cresce... E l’invito “carpe diem” diventa sempre

più il grido straziante di chi non trova più appigli per la

salvezza, e si sente sci volare giù, nell’abisso. I tempi

opportuni della vita dell’uomo divengono sempre più rari,

i tempi sfavorevoli appaiono sem pre più vicini all’umanità.

“Carpe diem!” si sente gridare, nella confusione degli

ideali, nell’imbarazzo delle scelte, nelle neb bie del pensare,

dell’agire, dell’essere. Per il mondo di oggi, perdere

l’occasione crea paura. Per chi crede, perdere l’occasione

crea timore. Paura, per il mondo; timore, per chi crede.

Quale differenza? Risentiamo, accanto all’invito “carpe

diem”, le parole di un uomo saggio quale Agostino:

“Timeo Dominum transeuntem”, temo il Signore che

passa. La sua saggezza, per la quale condividerebbe

“carpe diem”, è saggezza cristiana, del credente, che

accanto a quell’invito pone ‘Timeo...”. Ma non è la paura

del mondo, allora, quella di restare senza l’occasione, o di

vedersela rovinata... Questo è timore, che viene riferito

all’Occasione del credente: Dio.

Ho timore del Signore che passa... Non perché Egli dà

paura, ma perché, se non colgo l’Occasione, lo lascerei

andare e io avrei perso l’occasione per incontrarlo.

Ed ecco che il timore cela dietro di sé l’Amore; ed ecco

che questo “timeo” diventa il Timore di Dio, cioè il desiderio

di non lasciarsi perdere l’occasione del suo Amore.

“Timeo Dominum transeuntem” diventa ora “carpe

Dominum transeuntem” cogli il Signore che passa, non

lasciarlo passare invano! Per il mondo, invece, avviene

che “carpe diem” si sta trasformando in “timeo diem”: ho

paura del l’occasione: che sia poca, che sia l’ultima, che

fini sca, che mi sia portata via o rovinata. Il credente dunque,

di fronte a Dio sta sempre in atteggiamento di timore

e tremore: timore di lasciare passare Dio, perché sono

distratto, di non poter cogliere il suo amore; tremore di

fronte al suo passaggio, di questo Amore, Occasione che

passa. “Carpe diem” significa soprattutto che devi darti da

fare per trovare, per cercare l’occasione; “Timeo

Dominum transeuntem” significa soprattutto che è Lui,

l’Occasione, che ti cerca, che transita di fronte a te. E così,

mentre nella logica del mondo l’occasione è nel futuro,

perché il presente si esaurisce presto, nella fede del credente

l’occasione è nel presente soprattutto, qui, nell’esperienza

che si arricchisce, in un tempo opportuno che diviene

sempre più favorevole a te. Mentre per il mondo occorre

allora chiudere gli occhi, dimenticandosi in questo presente,

cercan do poi nel futuro altre occasioni, per chi

crede occorre aprire gli occhi, per essere attenti e vedere il

passaggio dell’Occasione, nel presente; un pas saggio che

continua, che non si ferma, che appunto passa, in avanti,

nel futuro, ma profon damente radicata qui, adesso: qui è il

tempo opportuno. “Carpe diem”, questo invito che sembrava

voler centrare tutto solo sul presente, sull’occasione,

in effetti si sta rivelando come l’insoddisfazione di esso,

l’incapacità a trovare senso nel solo qui e ora, e nasconde

in sé la domanda di qualcosa di più grande, la ricerca di un

senso più profondo dell’e sperienza stessa.

Questo invito, al quale il mondo corrisponde, e che parrebbe

negare il senso di Dio, si rivela, a poco a poco, essere

la via sulla quale l’Occasione incon trerà gli uomini...

Sì, quegli stessi uomini che, nau seati dal “diem” monotono

e mortale, potran no scoprire, sulla propria strada, il

“Diem”, l’Occasione. “Timeo Dominum transeunten”, che

parrebbe rimandare il discorso al futuro, in effetti è il recu -

pero del presente come tempo di Dio, come “Diem”.

Dio passa, oggi, adesso, qui. Il timore non è che passi,

ma perché passa. Il tempo opportuno, per Dio, è il qui e

l’ora... Solo cogliendo la sua presenza adesso ci sarà il

cammi no con Lui; altrimenti, Egli passa e noi non lo

vediamo. E se non lo vediamo, restiamo fermi, e saremo

presi dall’allettante invito “carpe diem!”, dimenticando ci

di Lui. Certo, ci sembrerà di cercare ancora, perché dopo

un’esperienza ne cercheremo un’altra, e dopo aver esaurita

questa, un’altra ancora, ma è una ricerca senza senso,

senza la direzione e la guida, un cer care inutile; mentre se

è Lui, il Signore, che passa, noi cercheremo, guidati da

Lui, con un senso, una guida, un futuro. Piacere e paure,

per il mondo. Timore e amore, per il credente. Ecco le

diversità. E più cresce il timore, più aumenta d’intensità

l’a more: ecco il Timore di Dio. Nell’abbraccio della vita,

il timore accresce il senso del mistero e della sorpresa,

l’amore approfondisce la vicinanza dell’esperienza. Così

il credente realizza il Timore di Dio. La fede è accettare il

momento opportuno. È accogliere Dio. È essere attenti e

non distratti, al Suo passaggio. È non il pensare a un

momento opportuno per Dio, ma il pensare Dio stesso

come un momento oppor tuno. Come si può lasciar passa69

re Dio? Chi oserebbe lasciarlo passare invano e non acco -

glierlo? Chi a questo punto non lo accoglie?

Eppure, Dio passa e non sempre lo accogliamo.

Questione di non attenzione? Questione di rifiuto? Tanti

motivi... Uno, ad esempio: il fatto che non sempre

l’oppor tunità nostra è la stessa di Dio. Per noi, è opportuno

quando... per Dio, sempre. Anche quando per noi non

è opportuno, anche quando l’occasione è sprecata, non

vale. Dio è Occasione anche là dove noi non vediamo l’affare.

Egli è Occasione anche dove noi consideriamo il vuoto.

Dio si fa presenza, Occasione, anche nell’attesa; per

noi, questo è spesso difficile da capire. Dio si fa Occasione

proprio privilegiando i momen ti che noi scartiamo: la

morte. Là dove tutto per noi finisce è, per Dio, tempo

favo revole.

Dio è Occasione nella morte di Gesù. Essa è Dio che si

rende ancor più da vicino occa sione per l’uomo. Sono i

tempi dell’inverno per noi, quelli freddi. Sono i tempi del

vuoto e della non considerazione. Sono i tempi inutili e

dell’attesa da evitare, secon do i nostri schemi. Eppure,

Dio sceglie quelli, soprattutto quelli, per indicare la presenza,

fino in fondo, nel nostro pre sente, anche in quello

fatto di assenze, delle sue Occasioni. Quante occasioni

sprecate da parte nostra! Il tempo opportuno di Dio è la

sua presenza in tutto; adesso.

E allora i nostri dubbi, le nostre crisi, le nostre diffi -

coltà, ricevono un nuovo significato: non possono più

essere soltanto le realtà tra le occasioni della fede e del

quando le cose van bene... Diventano esse stesse le occasioni

privilegiate, attraverso le quali Dio si rende presente,

Occasione, per noi.

Occorre soltanto accostare al “carpe diem” il “timeo

Dominum transeuntem” e vivere. Ecco la fede. Per aiutarci

a credere, ecco che Dio si è fatto incon tro a noi dandoci

l’occasione delle occasioni: la Croce... Non la croce

come croce... No... La Croce, quella del suo Figlio: la

Croce di Cristo, la croce cri stiana. L’Occasione più bella

che nasce dal tempo meno opportuno: il morire.

Eppure, Dio lo trasforma, questo tempo, rendendo lo il

tempo della conversione: quando, rinuncian do a tutto

quanto se stesso, Cristo si affida al Padre, indicandoci

questo nuovo modo di vivere, di comin ciare a riconsiderare

i tempi perduti e inopportuni, perché il tempo della vita

si possa dire veramente favorevole. Senza la croce di

Cristo, ogni occasione è perduta, anche quella di Dio. “Chi

vorrà salvare la propria vita la perderà...”. Sì, anche Dio...

Si perderebbe. Penseremmo di aver avuto l’occasione di

incon trarlo, ma sarebbe solo un’illusione, una pia illu -

sione, senza il fondamento della croce: come aver fatto un

affare che ritenevamo un’occasione, e ci siamo scoperti

fregati e ingannati. L’occasione è vera se scopriamo che la

sua anima è la croce, che cioè di fronte ad essa vale più il

“timeo” che il “carpe”.

Parlare di queste occasioni all’uomo di oggi non è

senza efficacia, proprio perché egli sperimenta sempre più

il cadere delle proprie occasioni, di quelle che trova attorno,

nell’immediato, negli altri... Egli è alla ricerca, nel suo

vivere sempre più sofferto e sempre meno sereno,

dell’Occasione vera. Egli sente questo discorso, lo sente

attraverso la propria esperienza, che non riesce a rendere

occa sione vera, ma solo limitata e spesso sprecata. Proprio

per questo, oggi più che mai, si è nella disposizione di

poter accogliere la proposta, esigen te e radicale, ma nello

stesso tempo vivificante, della Croce di Cristo come

Occasione per trasfor mare la propria croce quotidiana in

un tempo opportuno. L’esperienza della Croce è la soluzione.

Essa penetra a poco a poco nell’uomo; ed egli, o la

combatte o la dimentica, nel tentativo di una solu zione...

Ma inutilmente, perché la croce resta; oppure, la vince da

dentro, ascoltando, cioè acco gliendo l'Occasione che Dio

gli dà attraverso la Croce di Cristo, e quindi trasformando

la propria inutile e inopportuna croce in un tempo

favorevo le, nel tempo di Dio, nel “Diem” della grazia.

“Carpe Diem!”.

Il bacio della morte

(Pensiero di fine anno)
 
Una delle più atroci antiche condanne consisteva nel

legare strettamente il condannato a un cada vere in modo

che questo pian piano lo intaccasse di morte: un approfondirsi

di un amore di morte, in un contagio progressivo di

putrefazione.

E noi, siamo i condannati dell’anno nuovo, ad essere

strettamente legati alla vita vecchia e morti fera di sempre.

Verremo intaccati e contagiati anche quest’anno, o riusciremo

a sopravvivere al “bacio della morte”?

Ci viene in soccorso la vecchia Befana, che ci con siglia

di agire con un pizzico di magia. Affrontando cioè l’anno

nuovo con il senso del magico, del mistero, della sorpresa,

utilizzando la fantasia.

Solo così ci potremo svincolare dal legame mortife ro.

Anzi, agendo così, potrà succedere che noi da viventi

baciando il cadavere della vita vecchia e morta, le infonderemo

l’alito della vita, risveglian dola, proprio come

nella fiaba della Bella Addormentata.

Aprendoci così, con lei, all’avventura di un sereno

anno nuovo.

La Chiesa cantante

Ci hai posto nel cuore,
Maria,
la voglia di cantare.

“L’anima mia magnifica il Signore..”. Il canto di questa

ragazza non resta inascoltato e isolato; non è destinato a

rimanere il suo bel canto, ma ad estendersi nella storia

della salvezza, dove tanta gente, sentendo lei cantare,

impara il canto della gioia e della lode.

Maria canta e coinvolge nel suo canto il popolo intero:

ella diventa così la maestra del cantare, l’in segnante del

canto nella Chiesa. Un’insegnante che fa imparare con

l’esempio, con la gioia del suo stesso cantare; ascoltandola

cantare, si impara e si canta, insieme, quella dolce e

arricchente melodia. Sentiamola cantare, mettiamoci in

ascolto del suo canto...

Non è lei, in prima persona, che sta cantando. È la sua

anima, il suo spirito, che cantano in lei: il suo canto sgorga

naturale e spontaneo dal profon do di lei, da quella realtà

che non è il suo “io”, ma la sua anima e il suo spirito.

Noi, anche con le più belle intenzioni, volendo cantare,

diremmo pur sempre: sono io che canto, sono io che mi

metto a cantare; poniamo come soggetto del canto noi

stessi, il nostro io.

Lei, no.

Lei lascia cantare il suo spirito, la sua anima, lascia

voce ad essi; si fa in disparte col proprio io e permette al

mistero che c’è in lei di farsi canto.

“L’anima mia... il mio spirito...” là dove noi diremmo:

io... io... Il canto di Maria è già grande per il fatto che a

cantarlo è il mistero che lei lascia trasparire, del quale ella

si fa strumento. Lei non sente solo se stessa, ma in lei

qualcosa di più grande, e lo lascia cantare.

Non è il canto dell’io, ma dello spirito, dell’ani ma.

La cantante non è lei soprattutto, ma, attraverso di lei,

è una realtà più grande. Maria canta il mistero. Maria

lascia che il mistero canti. Ed è il mistero che la rende cantante.

Non è lei, in prima persona, quindi, che sta can -

tando. Non è neppure lei sola che canta. Al suo canto ci si

unisce, il suo è canto di un popo lo.

È un canto che accresce l’essere popolo, che si allarga

e non rimane legato a lei; lei è occasione per rendere popolo

chi ascolta e canta; il suo è un magnificat, un ingrandirsi

e allargarsi, un magnificare, un rendere grandi le realtà

cantando. “L’anima mia magnifica...”.

Il suo canto raccoglie le realtà di tutto un popolo, e le

riesprime attraverso la sua anima, rendendole grandi.

Maria magnifica, rende grande il suo canto; esso è

come un piccolo sassolino gettato in uno specchio d’acqua

tranquillo; il sassolino, pur nella sua pic colezza, a contatto

con l’acqua provoca dei cerchi d’onda che si allargano

sempre più e si perdono nell’infinito.

Così, la voce di questa ragazza: poca cosa, in appa -

renza, questo dolce canto; ma come il sassolino, magnifica,

è grande perché produce dalla piccolez za realtà

immense di grandezza, perché da se stes sa giunge, sempre

più ampiamente, a un popolo sempre più numeroso.

Tutto ciò, grazie a questo canto. Il canto di Maria è

sempre più grande e coinvolge sempre più, attorno, chi

ascolta e canta... Sempre più e sempre più profondamente.

E un canto sempre più della Chiesa; è una Chiesa che sempre

più canta, con Maria, magnificando.

“L’anima mia magnifica il Signore”. Ecco il motivo

della gioia; ecco che le onde che si propagano in questo

canto destinato all’infinito, non si perdono, ma raggiungono

il lido: il Signore.

Dio raccoglie le onde provocate dal canto, e le rimanda

al centro, all’anima di questa ragazza; è un canto dialogato,

non a senso unico. Maria canta con la sua anima, canta

Dio; Dio risponde al canto, riportando all’anima di Maria

Se stesso. Potremmo dire: “II Signore magnifica l’anima

mia”. Ecco allora che Maria, mentre canta, non solo

magnifica, ma è anche lei magnificata, resa gran de della

grandezza di Dio che si fa vicino al suo canto con la sua

presenza. Maria magnifica il Signore; il Signore magnifica

Maria. E la ragazza che canta, ci ricorda che era stato

pro prio Lui a partire cantando, non lei: “L’anima mia...”,

ricordate? Non io, ma l’anima mia, cioè quel Mistero che

è Lui. Dio, Lui ha preso l’iniziativa di questo canto; la

ragazza ha risposto; attraverso di lei anche tutto un popolo

s’è sentito più vicino a quel Lui che è l’a nima di tutto

quanto. Era Lui che stava cantando, che Maria sente can -

tare in sé, e allora lei canta, e pone anche nel nostro cuore

la voglia di cantare. Il Maestro della Maestra del canto è

Lui: Dio. Con questo canto, ciò che c’è in noi di Lui, si fa

voce, rendendo grandi le realtà dentro e attorno a noi. È

tutto un Magnificat. Dentro e fuori.

È un ricevere e un donare grandi cose; attraverso il

canto, cioè con il nostro essere cantanti.

È uno scambio tra Dio e Maria, tra loro e la Chiesa, tra

loro e noi. Tutto questo cantando il Magnificat. Ascoltiamo

ancora questo canto... “L’anima mia magnifica il

Signore...”.

Il fascino di questa ragazza sta nel farci sentire questo

canto senza far vedere se stessa. Mentre lei canta, appare

ciò che canta e lei scom pare sempre più, di fronte a Dio; è

proprio questa la sua grandezza: trasmettere con fedeltà,

con lim pidezza, non se stessa, ma una realtà più grande:

quella del canto: Dio.

Quanta differenza col nostro canto, con quel can tare

dove spesso l’immagine vale più dell’ascolto; ma non

l’immagine portata dal canto, no, non è quella alla quale ci

teniamo; fosse quella...! No, per noi è importante farsi

vedere, portare attraverso il canto l’immagine di noi stessi:

il suc cesso, ecco ciò che vale per noi. Maria canta

donando l’immagine, sì... Ma quella che appare quanto

più lei scompare, quanto più lei si sottrae ad essere immagine:

appare l’immagine di Dio.

Lei ci dona l’Immagine di Dio attraverso non se stessa,

ma il suo canto, il Magnificat. Proprio in questo sta la sua

grandezza: nel tra smettere attraverso la sua piccolezza la

grandezza di Dio.

Proprio per questo è Dio stesso che la rende grande,

rendendola partecipe della propria presenza.

Il canto di questa ragazza richiama alla Chiesa di oggi

una dimensione che rischia di essere dimenti cata: il cantare.

Rendere la nostra preghiera, la liturgia, tutto ciò che è

destinato a rivolgersi a Dio, un canto, un Magnificat.

Noi facciamo tutte queste cose già da tempo, ma a poco

a poco esse hanno perso la dimensione del canto; si svolgono

con precisione e sono ben orga nizzate, non mancano

di nulla, anzi... tutto avvie ne secondo le direttive prefissate.

Ma ciò che si sta perdendo, ce lo richiama il canto di

Maria, è proprio questo: dire tutto quanto con il canto,

magnificando, lodando. L’anima si allontana sempre più

da ciò che noi fac ciamo rivolgendoci a Dio, facendo perdere

l’essen za di tutte quelle realtà, che, destinate ad essere

grandiose, si riducono ad essere solo ben fatte, ben

svolte, precise, sistemate a puntino... ma senza anima.

Rivivere le stesse cose, ma con il canto: ecco il richiamo

di Maria. Il canto è l’anima che rende grandi le cose e

non le lascia tali e quali: “L’anima mia magnifica...”.

Dovrebbe cantarlo ognuno di noi, questo; ognuno e tutti

insieme, seguendo il destino di questo canto: cantare della

Chiesa, Chiesa cantante. Oggi, dire Chiesa cantante equivale

ancora ad essere trasgressori delle regole, del sistema,

dell’or ganizzazione; se inviti al canto, ti guardano con

sospetto, come uno che vuol demolire, mai come uno che

possa avere in sé il desiderio di animare il sistema, di non

lasciarlo cadere negli immobilismi e nei fissismi che lo

rendono sempre più incapace di vivere.

Questa ragazza, in questo senso, oggi ancora tanto

guardata con sospetto, appare essere la via di tale trasgressione.

Maria, tu canti per farci rivivere, e noi ti ascoltia mo

ancora con il desiderio di sentire solo noi stessi; non ci

siamo ancora messi veramente in ascolto nel tuo canto; lo

sentiamo sempre come la dolce melodia che commuove,

non lo ascoltiamo ancora come la voce che muove.

Tu, che col canto ci inviti a trasgredire tutto ciò che

conduce alla morte di Dio e di noi stessi, e a rivive re, a

poco a poco, cantando, tutto ciò che ci sta dentro e attorno.

Il Magnificat, questa rivoluzione di Dio cantata attraverso

Maria, ancora non l’accogliamo.

Non ci crediamo ancora che Dio possa fare grandi cose

attraverso quella piccola voce; l’apprezziamo sì, ma come

romantica e poetica. Non certo come vita.

Il canto di Maria, però, continua, coinvolge, tra sforma,

a poco a poco, senza grandi apparenti risultati: è un seme,

è un cammino paziente, desti nato a grandi cose... Sarà Lui,

Dio, a destinare i tempi e i momenti dei frutti e dei risultati;

intanto, Maria canta il suo Magnificat... Mai inutilmente.

“L’anima mia magnifica il Signore”: è un invito a

ciascuno, alla Chiesa, a cantare sempre più con la voce di

Dio e sempre mano con la voce dell’io. È un canto che

purifica, rinnova, cambia... rivolu ziona tutto.

Non è certo la rivoluzione dei potenti, della forza e

delle astuzie umane e delle loro aspettative; questa è

paziente, attraverso le cose deboli, le voci fievo li... Ma

dietro tutte queste c’è la potenza di Dio che magnifica.

Il suo canto non può essere mai soffocato, è desti nato

alla vittoria. Maria, e ognuno che canta con lei, cantano

vittoriosi. Per questo è un canto di gioia. È il Magnificat.

Abbiamo sentito il tuo canto, Maria... È bello; ci siamo

commossi e ora lo cantiamo pure noi, con tutta la voce.

Ma ci siamo limitati a sentirlo, non lo abbiamo veramente

ascoltato fino in fondo: lo abbiamo preso come uno

dei nostri canti, come un bel canto... uno dei nostri.

Non abbiamo fatto attenzione al “Magnificat”, a questa

tua totale disponibilità a Dio, alla quale, con quel canto,

richiamavi anche noi. Noi, quel Magnificat l’abbiamo

cantato, sì, ma non lo stiamo vivendo, per niente.

Abbiamo fissato i nostri occhi su di te, non, come tu ci hai

invitati a fare con il canto, su di Lui; ti stiamo esaltando

come cantante di successo, ma non esultiamo ancora con

lo spirito, come tu ci invitavi a fare.

Questo Magnificat non lo riteniamo scomodante, per

ora; è cantabile, orecchiabile, ma secondo le nostre aspettative.

Non lo ascoltiamo come invito alla rivoluzione del

Vangelo, alla conversione a Lui. Non pensiamo sia il caso

di fare questa rivoluzio ne... tanto meno partendo da noi.

Bel canto, Maria... ma lascia che lo intoniamo con le

nostre voci, con quella di Dio non ci riusciamo.

Ci hai posto nel cuore, Maria, la voglia di canta re... Ma

noi la stiamo trasformando, questa voglia, secondo i nostri

desideri. La Chiesa cantante non ce la sentiamo di

ascoltar la; se proprio, ne costruiremo una fatta di voci e di

canti... Ma che sia fatta da noi, animata dai nostri canti e

diretta dalle nostre voci... Non una Chiesa cantante, che

debba trasmettere il canto. Magnificare il Signore...

Per noi si è ridotto a magnificare noi stessi, tra di noi, a

darci e toglierci le grandezze, purtroppo... Ma è così, come

fare altrimenti? Ormai... Magnificare le cose di Dio: la

Chiesa, la sua paro la... Ecco, a questo noi ci pensiamo, e

ci pare una buona cosa; e poi, anche te, Maria, noi magnifichiamo:

Te! Non sei contenta? Noi ti magnifichiamo,

Maria! Canta... Noi ti diamo il successo! Magnifichiamo

Maria. Ci siamo dimenticati di magnificare il Signore, non

abbiamo veramente ascoltato l’invito di questa ragazza:

“L’anima mia magnifica il Signore”. E così, la Chiesa

canta Maria, ma non con Maria, non come lei.

La Chiesa canta... Canta tanto e forte... Ma non magnifica

più: non rende più le realtà grandi, e sta perdendo essa

stessa la propria grandezza, a causa del canto storpiato.

La ragazza continua a cantare, a inviarci pazien temente

il suo canto come un invito a risentirlo, a riascoltarlo

nelle profondità non delle orecchie, ma del cuore:

“L’anima mia magnifica il Signore’’.

Il canto del Magnificat chiede alla Chiesa di acco gliere

con disponibilità, essa per prima, la proposta di radicale

conversione del vangelo, recuperando quell’anima che si

sta soffocando tra le cose del mondo.

Il canto della vittoria di Dio, proclamato da Maria, ci

assicura e ci sostiene nel cammino della conver sione.

Maria ci invita di nuovo all’ascolto e al canto di fede

del Magnificat: “L’anima mia magnifica il Signore”.

“Il Signore magnifica l’anima mia”, sia questa la nostra

eco.

Quando si ama

Le dirò questo e quest’altro...

E mi preparo, quasi a fare le prove di come e di che

cosa è meglio esprimerle.

E poi, quando appare di fronte a me il suo sguar do, di

colpo tutto questo appare inutile, di fronte alla sua semplicità,

che subito mi mette a mio agio, come se avessi già

detto tutto e anche di più. Le parole non servono e non

bastano più. Allora, basta stare con lei in silenzio, sentirla

vici na, sentirmi vicino a lei.

In silenzio... come se tutto si chiudesse, in quel

momento, custodito e segreto, in quell’atmosfera di strano

e di misterioso tra noi, invitandoci a vivere un’esperienza

nuova, mista di strazio e di gioia del cuore.

Di strazio, perché sento che mi manca, e già appe na mi

accorgo che sto per allontanarmi da lei, e questo mi fa soffrire,

perché mi ritrovo solo e in balia degli eventi del

mondo attorno, senza una guida, un’amica, un’educatrice

del cuore. Di gioia, perché mi riconosco sempre indegno

di viverle accanto, e il dono della sua presenza è tanto prezioso

che, come di fronte a un gioiello luc cicante e sfavillante,

non oso quasi neppure solle vare lo sguardo per

ammirare questa impagabile ed incredibile realtà che mi è

donata senza mio merito.

Sta di fatto che tra noi è così e non può essere che così:

strano amore.

Strano nel senso più profondo: un amore ‘stranie ro’:

‘extra’: che viene da fuori, non in mano nostra: sempre da

ricercare e da accogliere, e che ci man tiene pronti al nuovo

e all’avventura, all’esperien za del ‘già’ e alla scoperta del

‘non ancora’. È ‘già e non ancora’ amore.

È un cammino tra noi, giorno dopo giorno, e chis sà

quante sorprese e quante situazioni ci riserverà questa

esperienza.

Una ragazza essenzialmente semplice, e forse pro prio

per questo eccezionale. Il suo nome? Maria... Maria di

Nazareth!

La figlia dei cani

La fede è l’anima
della religione;
senza di essa anche
la miglior religione
sarebbe soltanto
un sistema assassino.
A quei tempi, il popolo d’Israele si considerava il popo -

lo eletto: scelto da Dio tra tutti gli altri, esso si riteneva il

giusto, il migliore, proprio per questo; e considerava gli

altri, specie i popoli non credenti, razze inferiori. Tra questi

altri popoli, c’erano i Cananei, vicini ai territori occupati

dalla gente d’Israele. Gli ebrei consideravano queste

persone della gen taglia, anzi, dei figli di cani, una razza

veramente inferiore e disprezzata.

Nella mentalità ebraica, accanto all’amore per le leggi

di Dio, si insegnava a pensare anche così, riguardo a questi

pagani. Un giorno, una donna cananea si recò da Gesù,

implorandolo per sua figlia, che stava male: “Pietà di me,

Figlio di Davide; mia figlia è crudelmente tormentata da

un demonio!”. Ma Gesù, silenzio, neppure una parola; non

la degna d’attenzione. Il silenzio...

Quel silenzio di Gesù che indicava il non prendere in

considerazione... Ma come, tu, Gesù, ti metti a fare il

superbo? Perché questo silenzio?

Gesù tace. Ma il suo silenzio sembra dire: ecco, così
vorrebbe la nostra religione ebraica!

Così dovrei fare incontrando questa gente!

Egli vuoi sottolineare che sta agendo proprio come

vuole l’atteggiamento del buon ebreo: distacco da questa

gente di cani... Il popolo eletto non deve contaminarsi con

questa gentaglia!

Gesù, che si prepara ad assumere col suo silenzio la

legge ebraica, vuol richiamare la nostra attenzione sul

dove questa mentalità ci porta; sembra proprio dirci: guardate

ora, facendo come dovremmo fare, seguendo la

nostra mentalità di rifiuto, dove stia mo andando! Dove,

chiediamo?

Gesù, col suo silenzio, ci porta a mettere la nostra

attenzione meglio ancora a questo momento, a vedere

come andrà a finire, vivendo secondo le regole vigenti

questo incontro. ‘Ma quella insisteva, tanto che gli stessi

discepoli, pur di farla finita, chiedono a Gesù: dai, mandala

via, esaudiscila, dalle ciò che chiede!’.

Ma Gesù non la smette: vuol far vedere, anche a loro,

ai suoi amici, dove porterà quella legge ebraica con i suoi

atteggiamenti; e continua nel suo assumere l’atteg -

giamento che la mentalità del buon ebreo richiede rebbe in

questo momento.

Risponde: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute

della casa d’Israele”; risponde come risponderebbe la

legge, in questo caso: solo per quelli di Israele la salvezza,

solo per loro la grazia; gli altri, si arrangino: sono gente

inferiore, non sono il popolo eletto! Ma la cananea non

desiste, e permette a Gesù di arrivare a chiarire fino in

fondo le ambiguità dei comportamenti della legge religiosa

ebraica, il pericolo che il popolo eletto, da strumento

per tutti i popoli, si riduca al solo luogo di elezione, esclu -
dendo tutti gli altri, ritenendo se stesso l’unico, il solo.

Ed ella si avvicina ancora a Gesù: “Signore, aiuta mi!”.

La risposta di Gesù farebbe esultare chi nella legge

ebraica confida in tutto e per tutto: gli ebrei rigoro samente

osservanti, qui gli avrebbero battuto le mani: stupenda

risposta, proprio in perfetta conformità con la nostra mentalità:

“Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai

cagnolini”.

La salvezza, ribadisce Gesù, secondo la nostra legge

ebraica non può permettere che a voi, figli di cani - come

la legge vi invita a considerarvi - venga data quella grazia,

che solo a noi figli eletti, secondo la legge unici, deve

essere elargita. Voi, secondo la nostra legge, ne siete esclusi...

Non è così, forse? Gesù sta arrivando a dimostrare il

grande paradosso dell’applicazione delle leggi in se stesse.

E la donna cananea, che non vuole assolutamente trasgredire

quella legge che la sta condannando, la supera

attraverso la sua risposta di fede: “È vero, Signore... Ma

anche i cagnolini si cibano delle bri ciole che cadono dalla

tavola dei loro padroni”.

La risposta della fede vince sugli argomenti, pur logici

e riconosciuti, della legge religiosa, e permet te a Gesù di

elogiare questa donna che, con la fede, chiedendo briciole,

ora ottiene grandi cose: “Donna, davvero grande è la

tua fede! Ti sia fatto come desideri!”.

Gesù ora può mostrare la grandezza di questa fede e la

banalità delle strette applicazioni delle leggi religiose,

volte a escludere e a chiudere in se stesso il popolo.

Con l’applicazione delle leggi si chiude il popolo, solo

con la fede le leggi diventano sensate e vera mente religiose;

altrimenti, anche la religione diventa un sistema assassino

che porta alla chiu sura in sé e all’esclusione degli altri.
Gesù ha condotto per mano, in questo fatto, la donna cananea

e la legge ebraica, e le ha poste di fronte a noi, perché

siano viste così come sono in verità: la donna cananea, con

la sua profonda fede; le leggi, con la loro grande ambiguità.

Oggi, non siamo molto lontani da queste situazio ni.

Applicare la legge religiosa tale e quale, senza l’a nima

della fede che le dia vita, è una tentazione che spesso è

seguita.

L’elezione degli eletti e l’esclusione degli altri, si ripete

anche oggi, non solo nei casi di razzismo, ma anche e

spesso nella stessa religione, vissuta lontana dalla fede.

E non solo tra la religione e le sette religiose, dove lo

scontro è di questo tipo: noi siamo la religione vera, voi

sbagliate tutto, siete in errore, siete... “figli di cani”!... No,

non solo tra la religione e i gruppi religiosi che sorgono

attorno, ma all’inter no della stessa vita religiosa: l’integralismo.

Io sono cattolico, io vado in chiesa la domenica, io

faccio la comunione, io sono stato battezzato...

Tutti modi per ritenerci noi i buoni ed escludere ogni

altro dalla nostra salvezza.

Detto in confidenza, spesso i più malvagi sono pro prio

coloro che vivono con più osservanza la reli gione.

Ed ecco perché allora proprio nelle famiglie religio se

sorgono i battibecchi più potenti e le calunnie più forti;

ecco perché pullulano le discordie più che mai tra esse;

ecco che scopri che l’odio più intenso sorge proprio da

coloro che sono stati, un tempo, battezzati; già... Senza

porre giudizi su nessuno, proprio coloro ai quali è stata

desti nata la maggior grazia, perché la utilizzassero a favore

di tutti gli altri, hanno chiuso a se stessi e agli altri i

canali della grazia e hanno cominciato a rendersi più ottu87

si e chiusi nella religione stretta mente osservata... Proprio

quella nel nome della quale si compiono le più grandi

atrocità e si giun ge anche a chiamare gli altri: “figli di

cani”.

Bei discorsi, ci vuoi sottolineare Gesù col fatto della

donna cananea, quelli di una religione che basta a se stessa:

discorsi logici e attinenti, secondo la legge... Che però

sono destinati a uccidere. Una religione può nascondersi

dietro leggi e regole sofisticate, per giungere come scopo

soltanto a salvaguardare se stessa, cioè chi la crea, escludendo

sempre più e sempre più profondamente ogni altra

realtà, fosse anche l’uomo.

E tra queste altre realtà, anche la fede corre il rischio di

essere gettata via come inutile: ci sono già le leggi, chiare;

le regole, ben fatte... A che serve la fede?

Non ci si ricorda più che essa è l’anima per vivere quel

tutto, che altrimenti risulterebbe moribondo e mortale.

Grazie, donna cananea, di averci richiamato, con la tua

profonda fede, per cercare dove sta finendo la nostra.

Noi spesso non ci accorgiamo di escludere gli altri...

Certo, siamo talmente intenti ad esaltare noi stessi, che

vediamo solo noi, unici, i soli pre senti; non escludiamo

nessuno a parole, aperta mente, esternamente...

Soltanto esaltiamo noi stes si. E questo ci permette di

lasciare la coscienza a posto nel dire: non abbiamo fatto

male a nessuno: per noi, tutti sono uguali.

Solo che gli altri, noi, dal nostro piedistallo, non li

vediamo più.

La fede della donna cananea non combatte, ma supera

la legge stessa, ridonandole i significati che essa stava perdendo,

a causa del troppo rigorismo e del legalismo. La

fede vince superando, ponendo un nuovo e ina spettato

significato, rianimando le realtà che si stanno perdendo.
Della fede della donna cananea noi, più vicini di lei, legalmente,

alla grazia, ma più lontani di lei, quanto alla vita,

abbiamo bisogno.

Gesù ha mostrato come affermando la religione in se

stessa, non si può giungere ad altro che a negar ne la validità

e la positività; la religione, da se stes sa, è mortabile,

destinata alla morte.

Ed ecco allo ra riapparirci davanti i bisogni degli uomini,

spes so simili e vicini a quelli della donna cananea, che

ci interpellano e ci chiedono la nostra presenza.

Ed ecco ripetersi la scelta: essere legalisti, pensare alle

leggi, a cosa esse richiedono e impongono, o lasciare che

sia la fede a entrare come prima, come anima di tutto,

anche di esse. Una religione senz’anima, o una fede che

porti alla religione.

O donna cananea, figlia dei cani, hai sfidato il muro della

legge con la tua fede, per trovare, al di là di esso, Gesù.

Gesù, hai sfidato questa donna figlia dei cani, perché ci

mostrasse di chi veramente fosse figlia: con la sua fede,

riconoscendoti come il Figlio di Davide, essa ha abbattuto

il muro dei figli dei cani, perché tutti potessero riconoscere

che anche loro sono i figli di Dio.

Ed ora, Tu, Gesù, sfidi, noi, oggi, a scegliere tra te e la

nostra religione, dandoci la possibilità di abbattere il muro

che c’è tra noi e Te, tra noi e noi, tra noi e gli altri.

Rafforzare la nostra religione, o lasciarci vivificare dalla

fede; questa scelta ci dirà se siamo capaci di vivere da figli

di Dio o di morire da figli della legge.

Già... Venissero da me a chiedere pietà!

Nessuna pietà per queste persone, per questi figli di

cani che non hanno più il senso di nulla, che non sanno più

nemmeno che cosa fare! “Pietà di me..”.
Nessuna pietà!

Siete più ricchi di me, voi!

Credete di imbrogliarmi, di andare contro la legge, di

evitarla? Ve la diamo noi la pietà!

Ne abbiamo abbastanza di voi, figli di cani!

Non fatevi più vedere, se ci tenete alla pelle!

Andate via, che da mangiare ne avete più di noi!

Ma perché se la prende tanto quello lì?

Ehi, tu, perché te la prendi tanto?

Ma non preoccuparti di loro!

Guarda me: sono contento, non mi creo seccature e

vivo bene! Vado a messa, prego... Sì, sono cristiano, e me

ne vanto! Tiro su la mia famiglia, penso al mio lavoro;

ogni tanto, qualche bel divertimento che ti rilassi.

Gli altri...? Vivi e lascia vivere: non rompere e non ti

romperanno; meglio di così! Perché ti stai a rodere il fegato

per loro? Pensa a te stesso, ai fatti tuoi... Agli altri,

pense ranno loro stessi! Ringrazio il Signore che mi permette

questa vita: soldi, salute, famiglia: ecco ciò che

conta. Ringrazio di essere cristiano e non cambierei la mia

religione con nessun’altra, mai!

La mia religione mi piace... È quella che mi hanno trasmessa

i miei, e anch’io la trasmetto ai miei figli... Ah, sì:

prima, andate a messa, davanti a noi genitori: poi, fate

quello che volete... Ma la messa, non l’hanno mai persa.

Son proprio contento della mia religione! Tutto è santo: la

famiglia, le nostre cose...

Neanche una briciola viene sprecata a casa mia... Tutto

è sacro: sì, ti parrà strano, ma, per farti un esempio, nessuna

briciola avanza e niente si perde. Niente...

Niente resta, per i figli dei cani; solo per i nostri figli.

Mentre mi avvio per entrare in chiesa a celebrare la
messa, ecco che un vecchio dall’aspetto sporco e abbandonato,

mi si avvicina: “Padre, avrei biso gno...”.

“Eh, anche tu... Ma lo sai quanti? E poi adesso non

posso, devo andare a dire la messa, torna un’altra volta!”.

Già... Niente resta per i figli dei cani... Solo per i nostri figli.